L’intero edificio stava letteralmente ronzando per i pettegolezzi sul pensionamento di Lane e Derick Starling e la fantomatica notizia che i loro otto figli ne avrebbero preso il posto. A quanto pareva avrebbero fatto tutti ritorno in città per lavorare insieme nella stessa palazzina in cui operava lui stesso.
Cacchio!
Frey si passò distrattamente una mano tra i capelli mentre annuiva con il capo ad alcuni colleghi e offriva loro dei forzatissimi sorrisi per niente spontanei. Era ciò che ci si aspettava da lui. Lui, che era la volpe sempre sorridente e maliziosa. Solo che al momento, dopo che quella notizia gli era stata effettivamente confermata dal suo capo, Hollis Adice, e dalla segretaria personale di Derick, Monica, non se la sentiva davvero di mettere in piedi la solita facciata divertita e amichevole.
Continuò a camminare, catturando qua e là spezzoni di conversazioni.
«Tutti insieme nello stesso edificio?»
«T’immagini il caos?»
«Chissà che impatto avrà sul nostro lavoro il fatto di avere tutta quella gente a dare ordini.»
Non si fermò per aggiungere alle varie conversazioni la propria opinione, preferiva tenere per sé le speculazioni sulle eventuali conseguenze a cui una decisione del genere avrebbe portato. Ciò che provava era paura. Aveva parecchi motivi per sentirsi così, nessuno dei quali condivisibili con chicchessia, a meno che non avesse voluto esporre unitamente a quelli anche dei segreti di cui aveva messo a parte solo il suo dottore.
Le paure che nutriva concernevano tutte il rientro di Booker e ciò che avrebbe potenzialmente significato per lui avercelo a tempo pieno accanto. Frey era uscito dall’università con una laurea in Fashion design, Concept design e tendenze. E quella era proprio l’area di competenza assegnata a Booker all’interno della Starling Enterprises. In base alle parole di Hollis, era già in grado di tirare le somme anche lui riguardo i possibili impatti che quella situazione avrebbe avuto su ognuno.
«In realtà non ho ancora detto nulla di definitivo, mi sono solo limitato ad avvertirli che non sono un tipo facile. E sì, che sono onorato dell’offerta, perché in effetti è così. Per quanto riguarda l’aspetto che concerne il tenere sotto controllo quegli otto, vorrei farti notare che lo fai già da anni. E per rispondere al tuo dubbio in merito alla questione dell’ascolto… Be’, è difficile dirlo quando li vediamo a malapena, tranne che per le riunioni importanti e per i nuovi affari che riguardano la loro particolare area di interesse. E anche in quel caso, di solito abbiamo a che fare con solo uno o due di loro, mai con tutti e otto assieme.»
Quelle parole lo avevano lasciato con un senso di precarietà terribile, oltre che in conflitto. Perché era ovvio che Hollis avrebbe deciso di assegnarlo a Booker – e piazzarli a stretto contatto l’un l’altro.
Per piacere, puoi farla finita?
La sua volpe era senza dubbio nel proprio dannatissimo elemento. Quell’enorme orso mutaforma gli era piaciuto fin dall’inizio, e via via che erano passati gli anni e loro due si erano conosciuti meglio, ci aveva proprio messo gli occhi sopra. Secondo il suo spirito animale, lui e Booker sarebbero stati una coppia perfetta. Quell’orso, del resto, a dispetto della facciata da brontolone scorbutico, aveva un grande cuore, e Booker a volte faceva davvero fatica a nasconderlo. Era stato quello il lato di lui che era piaciuto maggiormente alla sua volpe.
Frey, però, non era dello stesso avvi––
Va’ a raccontare questa cavolata a qualcuno che se la beva.
Un’altra cosa che la sua volpe aveva iniziato a fare era interrompere i suoi pensieri per poi interpretarli contro la sua volontà.
Non ti ascolto proprio.
Frey ignorò il forte sbuffo che seguì le sue parole, tirò su col naso e proseguì lungo il corridoio nella speranza, nel frattempo, di riuscire a intercettare Hollis da solo per parlargli del suo piccolo–– enorme problema.
Il suo passo vacillò l’istante successivo. Merda, Hollis avrebbe continuato a ricoprire il suo ruolo di sempre oppure anche quello sarebbe cambiato con il nuovo assetto societario?
A Frey di solito sfuggivano davvero poche cose. E a tal proposito gli era capitato di origliare una conversazione telefonica di Monica, un’altra assistente personale, in cui si parlava di come Hollis avesse ottenuto il voto di maggioranza all’interno del nuovo direttivo. E se quello avesse significato che avrebbe dovuto lavorare a stretto contatto con tutti gli otto fratelli, sarebbe stato oberato oltre ogni dire; lì si stava parlando di persone che avrebbero dovuto risiedere in città in maniera permanente quando negli ultimi anni avevano fatto ritorno ad Hazardville solo una manciata di volte all’anno, e in occasione di grandi riunioni.
Frey avvertì un brivido solcargli la schiena al pensiero di dover vedere l’orso con cadenza quotidiana. Era egoista pensare solo a sé stesso, ma al momento, con tutti quei cambiamenti improvvisi e la visita recente dal suo dottore, il quale gli aveva chiesto di condurre ulteriori test, Frey non poteva che preoccuparsi unicamente della propria persona.
Il fatto era che lui e Booker già lavoravano insieme, ma non era mai accaduto che dovessero operare così a stretto contatto; inoltre, fino ad allora Frey si era comportato in tali maniere che l’orso a stento lo tollerava… e aveva tutte le ragioni del mondo, peraltro.
Sospirò sconsolato e proseguì lungo il corridoio cercando di immaginare come approcciare Hollis per spiegargli i motivi per i quali non voleva lavorare con Booker, e magari tirare fuori una ragione che non rendesse quella reale troppo ovvia.
Frey non aveva parlato a nessuno del proprio passato. Aveva dato brillantemente vita a una personalità, sul posto di lavoro, che aveva via via perfezionato per nascondere le proprie insicurezze. D’altra parte, però, nella vita nulla restava mai statico, e tutto ciò che aveva tentato di evitare fino a quel momento – Booker – era a un passo dal presentarsi sulla soglia di casa sua in un dispiegamento di teatralità molto poco cerimonioso.
Quando entrò nell’ufficio di Hollis, un minuto dopo, capì che avrebbe dovuto aspettarsi che chiunque altro del loro gruppo avrebbe avuto la sua stessa pensata, perché ammassati nella stanza trovò già Isley, Monty, Bowie, Ziggy, Lennon e Wilder.
«Spostiamoci nella sala caffè, okay? Lì ci sono più posti a sedere e non avremo l’impressione di essere stipati come sardine,» chiese a tutti Hollis scrollando il capo.
Quando si incamminarono di nuovo lungo il corridoio, a Frey non sfuggì il modo in cui chiunque lavorasse a quel piano guardò ognuno di loro, lanciando al gruppo diversi sguardi curiosi. Sospettava che qualsiasi fosse l’annuncio ufficiale che sarebbe stato diramato, sarebbe comunque giunto troppo tardi, perché i pettegolezzi si erano ormai diffusi a macchia d’olio ovunque guardasse. Una volta invitato a entrare nella sala caffè, in ogni caso, si appollaiò su una poltrona colorata accanto a Hollis, poi calò il silenzio e l’aria si caricò di aspettativa. Frey non riusciva a provare l’abituale piacere di trovarsi lì dentro, con l’odore dei dolci e l’atmosfera allegra che Lane aveva fatto in modo di creare per consentire a tutto lo staff di sentirsi rilassato nei momenti di pausa.
Non aveva mai distolto lo sguardo da Hollis da quando l’altro aveva chiuso la porta per poi rivolgere loro tutta la propria attenzione. Quell’uomo, con gli occhiali dalla montatura scura e gli abiti curati nel dettaglio, sembrava l’epitome del dirigente d’azienda intelligente e privo di sovrastrutture. «Lane e Derick vogliono andare in pensione. Hanno chiesto ai loro figli di tornare ad Hazardville e di gestire l’azienda tutti insieme, fianco a fianco.»
Monty si abbandonò a un risolino per nulla divertito. «Come se quegli otto fossero in grado di farlo!»
«Sì, be’, non è affare tuo preoccupartene. Per ora, la vostra preoccupazione maggiore deve essere costituita dal fatto che, affinché la transizione avvenga senza intoppi, ognuno di voi si troverà assegnato a quello che tra i fratelli lavora nel settore di vostra competenza.»
Era esattamente come Frey si era aspettato che sarebbero andate le cose, eppure la botta arrivò comunque, e la smorfia che vide sfrecciare sul viso di Hollis rispecchiò interamente quella che lui pure ormai sfoggiava.
«Cosa… no… No, non puoi dire sul serio,» balbettò Bowie.
Frey non si voltò a guardarlo ma, facendo tutto il possibile per mantenere inalterata la sua calma, agitò comunque il pollice in quella direzione. «Esatto! Sai che io…»
«So perfettamente quale sia la tua opinione su un certo fratello. L’hai resa abbastanza chiara. Ma come ho già detto in precedenza, non è un mio problema. Il mio lavoro consiste nel garantire che la mia squadra, a cui viene corrisposto uno stipendio da capogiro per fare il proprio lavoro,» continuò, soppesando ognuno di loro con lo sguardo, «svolga ciò che deve, e a dovere aggiungerei. Se non siete soddisfatti, sono sicuro ci siano altre aziende in cerca di personale.»
«Hollis, hai davvero tutto questo bisogno di fare l’emerito stronzo?» domandò lui che ormai trovava impossibile rimanere seduto, così si stravaccò direttamente sulla poltrona facendo intanto il massimo per non lasciar trasparire l’ansia che lo attanagliava, un’ansia che si era raggomitolata come una palla durissima all’interno del suo stomaco. Mise le mani sui braccioli della poltrona, ma continuò a muoverle nervosamente per rilasciare un po’ della tensione accumulata.
Hollis gli scoccò uno sguardo che esprimeva tutto il proprio disappunto, e nonostante a lui dispiacesse suscitare sentimenti simili nell’altro, le paure che stavano emergendo erano troppo pressanti perché potesse davvero preoccuparsene.
«Lascialo stare, Frey. Quello che ha detto vale anche per lui,» puntualizzò Bowie guardando con empatia il loro responsabile.
Il resto della discussione gli volò letteralmente sopra la testa, perché l’unico pensiero su cui era in grado di focalizzarsi oramai era uno solo. Booker verrà a stare qui – e ci rimarrà!
Come diavolo farò a evitarlo, adesso?